DANTE ALIGHIERI Nacque a Firenze nel 1265. Frequentò le scuole dei Francescani di Santa Croce, ma apprese la retorica, da ser Brunetto Latini. Studiò retorica, completò i suoi studi probabilmente a Bologna e forse anche a Parigi.. Molto si dilettò anche nell'apprendimento della musica e del disegno. Giovinetto si dedicò alla poesia volgare e da sé apprese l'arte del dir parole in rima. Fu amico di Guido Cavalcanti e Lapo Gianni. Sotto l'influenza del Guinizelli (dopo che ne fu divulgata la canzone "Al cor gentil") divenne maestro dei suoi amici ed elaboratore della poetica del "dolce stil novo". Combatté per la patria e per parte guelfa a Campaldino e fu presente alla presa del castello di Caprona. Fu tra i gentiluomini che accolsero il giovane principe Carlo Martello d'Angiò quando (1294) si fermò a lungo in Firenze, e se ne accattivò la stima e l'amicizia. Sposò Gemma Donati figlia di Manetto Donati nel 1295. Da questo matrimonio (che forse non fu molto felice visto che Dante non nomina mai la moglie nelle sue opere, e la moglie, non lo seguì nell'esilio e non lo rivide più), nacquero vari figli: Pietro, Jacopo, Antonia e sembra anche un Alighiero, un Gabriello, un Eliseo, morti. Ma un grande amore giovanile fu lungamente rivissuto nella memoria e, trasfigurato, permea tutta l'opera del poeta: l'amore per Beatrice. Dopo la morte della sua amata, trovò nello studio della filosofia. Di questo studio è testimonianza il Convivio. In questi stessi anni Dante comincia a prendere parte viva alla cosa pubblica, e quando l'ordinanza del Comune del 6 marzo 1295 consentì che anche i nobili potessero essere eletti ad alcune cariche pubbliche purché si iscrivessero alle Arti, egli subito s'immatricolò in quella dei medici e degli speziali, o come cultore di filosofia naturale o come dilettante di pittura .Fu nel Consiglio del popolo per la sessione dal novembre 1295 all'aprile 1296, dal maggio al settembre del 1296 fu membro del Consiglio dei Cento. Nel maggio del 1300 fu ambasciatore presso il Comune di San Gimignano per sollecitarlo a partecipare al consiglio per il rinnovo della Lega guelfa fra le città di Toscana, e che quell'anno stesso fu eletto fra i Priori per il bimestre 15 giugno - 15 agosto. Poiché allora il nemico della libertà del Comune fiorentino era papa Bonifacio VIII, Dante, si batté per contribuire a mandare a vuoto tutte le richieste che il Legato pontificio venuto a Firenze avanzò ai Rettori e agli altri maggiorenti e pubblici ufficiali. Dante fu guelfo bianco con Vieri de Cerchi, cioè col partito della libertà. All'avvicinarsi di Carlo di Valois (chiamato da papa Bonifacio per dargli in feudo il regno di Sicilia e per sottomettere prima ai suoi voleri la Toscana), la Signoria pensò di mandare un'ambasciata al Papa: Dante fu uno dei tre ambasciatori che partirono nell'ottobre del 1301 alla volta di Roma. Il Papa rimandò gli altri due ambasciatori con controproposte e trattenne presso di sé il più pericoloso, Dante, cosi fu assente da Firenze nell'ora cruciale in cui i Bianchi, furono sconfitti dal partito di Corso Donati, sostenuto dal Papa e dal suo fido Carlo di Valois. Riuscito a lasciare la Corte pontificia nel 1302, sostando a Siena, lo raggiunse la notizia che cambierà la sua vita. Dante fu condannato a due anni di esilio, all'ammenda di 5.000 fiorini e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Incominciava a Siena la sua vita di esule. Non essendosi presentato a pagare l'ammenda, il 10 marzo ci fu un'altra sentenza, assieme ad altri quindici concittadini, condannato ad essere arso vivo quando fosse caduto in potere del Comune. Nel 1304, Dante, partecipò alle infruttuose trattative condotte dal Cardinale Da Prato per concludere una pace fra Firenze, il Papato e i Bianchi; ma convintosi sempre più della inettitudine degli uomini del suo partito, abbandonò la città e per il resto della sua vita fece l’esule. Si rifugiò negli studi e si dedicò di nuovo a comporre, il Convivio e il De vulgari eloquentia, rimasti entrambi incompiuti. Condannato all'esilio insieme ai figli appena avessero raggiunto i quattordici anni, visti vani i suoi tentativi di essere onorevolmente richiamato. Poiché Firenze non solo si opponeva all'imperatore ma incitava il resto d'Italia alla ribellione, egli scrisse una lettera a Arrigo, ammonendolo che non in Val di Po ma sulla riva dell'Arno era il centro delle ribellioni che bisognava schiacciare. Ma quando poi finalmente Arrigo accorse al richiamo, in Dante prevalse la pietà del figlio e non corse nel capo dell'Imperatore a prenderle le armi contro la sua patria. Questo tuttavia lo escluse (settembre 1311) dall'amnistia di Baldo di Aguglione. Dante non ebbe incarichi o uffici dall'Imperatore; rimase, in Casentino; ma il suo cuore fu sempre con Arrigo e per difenderne il buon diritto scrisse il trattato Monarchia. Intanto, poiché la fama di Dante era ormai chiarissima in ogni luogo d'Italia, s'illusero i suoi amici e forse egli stesso che Firenze gli avrebbe riaperto le sue porte; lo si invitò ad approfittare dell'amnistia decretata nel 1315. Il risultato di queste sue fiere e nobili ripulse fu una nuova condanna a morte (6 novembre 1315) estesa anche ai figli come prole di ribelle. Fra le Corti di Verona e di Ravenna, l'ultimo e più tranquillo rifugio, attese all'iniziata Commedia, sperando ancora che essa gli avrebbe ridonato la patria. I suoi occhi si chiusero all'alba del 14 settembre 1321. Ebbe funerali solenni e sepoltura a Ravenna in S. Pier Maggiore, chiesa poi intitolata a S. Francesco, in una celletta, successivamente trasformata in cappella, dove ancora le sue ceneri sono conservate dai posteri. Del suo aspetto ci dice il Boccaccio. Oltre alla Commedia, Dante scrisse in volgare la Vita Nuova, il Convivio, e rime, raccolte talvolta sotto il titolo di Canzoniere (gli è attribuito da alcuni, ma non sembra proprio a ragione, un poemetto di 232 sonetti, il Fiore, libera riduzione del Roman de la rose, rubricato nei codici come opera di un ser Durante); in lingua latina l'incompiuto trattato De vulgari eloquentia, il trattato politico Monarchia, la lezione Quaestio de acqua et terra, alcune Epistolae e inoltre, in versi, due bucoliche in risposta ad altrettanti carmi di Giovanni del Virgilio, che lo invitava a Bologna e lo consigliava a scrivere la Commedia in lingua latina, come più nobile e più espressivamente matura. Dei maggiori di questi scritti occorre dire brevemente. La Vita Nuova è l'opera prima organica di D. una scelta di versi (25 sonetti, 4 canzoni, 1 ballata e 1 stanza), intramezzati da brani in prosa e con dichiarazioni (chiose) pure in prova, che nell'insieme costituiscono il primo idillio o romanzo d'amore della letteratura italiana. Non è certo la storia intera della giovinezza di Dante e neppure un diario, ma bensì una stagione della vita, rivissuta dentro, nel fondo dell'anima, in un'ora di pena e di angoscia. La Vita Nuova fu composta poco dopo la morte di Beatrice, e fu dedicata a Guido Cavalcanti. Il Convivio doveva essere costituito da quattordici canzoni con altrettanti trattati in prosa che ne dichiarassero il significato morale. Iniziato nell'esilio, forse dopo il 1305, rimase incompiuto, plausibilmente perché l'idea di quest'opera fu superata e assorbita da quella della Commedia che probabilmente nel 1307 cominciava già a prendere forma concreta. Nella forma incompiuta in cui ci è giunto è costituito da tre canzoni (che iniziano con versi: "Voi che intendendo il terzo ciel movete; Amor che nella mente mi ragiona; Le dolci rime d'amore ch'í solia"), con i relativi trattati e l'inizio di un quarto e un esordio. Il De vulgari eloquentia, iniziato e condotto avanti contemporaneamente al Convivio, è un trattato, anch'esso rimasto incompiuto, di cui ci è pervenuto l'intero primo libro e parte del secondo, che non sappiamo se doveva essere l'ultimo. Dante in esso pone scientificamente il problema della lingua, che tanto poi avrebbe affaticato i posteri. Le Epistole raccolgono le 13 lettere latine che ci sono pervenute di Dante tre delle quali scritte a nome della contessa di Battifolle all'Imperatrice, le altre a nome proprio. Monarchia, tre libri, scritti di getto, certamente dopo il Convivio, quasi sicuramente al tempo della calata di Arrigo, quando più vive si fecero le polemiche dottrinali (1311-12). Vi sostiene la necessità della monarchia universale e l'indipendenza di essa dalla Chiesa, essendo il Papa e l'Imperatore entrambi ministri e vicari di Dio, e senza l'opera dell'uno come dell'Altro la impossibilità dell'avvento di una società cristiana. La Quaestio de aqua et terra, della cui autenticità la critica ha dubitato molto, è una lezione scolastica tenuta da Dante a Verona, intorno a una disputa sorta a Mantova a proposito di una controversia allora molto dibattuta nelle scuole: se l'acqua fosse in qualche punto della crosta terrestre più alta di qualche punto del suolo, cioè dei continenti emersi. La divina Commedia. L'opera maggiore di Dante è la Commedia; il poema parla di un viaggio che il poeta immagina di compiere per i tre mondi ultraterreni, Inferno, Purgatorio e Paradiso, nei giorni della Pasqua dell'anno del primo Giubileo (1300). Egli, allora trentacinquenne, si smarrì in una selva oscura (del peccato) non riesce a salire il bel colle (della virtù) che gli appare infine illuminato dai raggi dell'aurora, poiché ne è impedito da tre animali: la lonza, il leone, la lupa (figurazioni morali della lussuria, della superbia, dell'avarizia, e politiche del Re di Francia, dell'Impero, della Curia romana). Beatrice dal cielo lo soccorre inviandogli Virgilio (simbolo della sapienza umana) che gli sarà di guida nell'Inferno e nel Purgatorio fino al Paradiso terrestre. L'Inferno è raffigurato come un immenso imbuto conico con l’apice al centro della terra, una sorta di anfiteatro, ove in dieci cerchi concentrici, alcuni suddivisi, sono nel primo (antinferno) i non battezzati e gli ignavi e nei restanti nove i peccatori, collocati ognuno a suo luogo a seconda del peccato più grave di cui si macchiò in vita. Dante e Virgilio discendono di cerchio in cerchio, osservando i dannati e la loro pena che è in rapporto al peccato (legge del contrappasso) e conversano con molti di loro. In fondo alla palude ghiacciata dei traditori al centro della terra è Lucifero. Di qui risalgono per uno stretto pertugio fino all'altro emisfero e giungono ad una isoletta in mezzo all'oceano, agli antipodi di Gerusalemme, ove ha sede il Purgatorio. L'isoletta è una montagna conica e scoscesa la cui parte più alta è costituita da sette gradini circolari sovrapposti, dove soffrono i purganti, mentre nelle più basse pendici (Antipurgatorio) attendono d'iniziare il cammino della espiazione le anime di coloro che tardarono a pentirsi o furono lente e pigre a fare il bene o morirono di morte improvvisa e violenta. Anche qui Dante e Virgilio risalendo le pendici dell'Antipurgatorio e i gradini del Purgatorio vedono e osservano pene e penitenti e parlano con alcuni di loro. Giungono infine sull'ultimo spiazzo, il Paradiso terrestre. Qui Virgilio scompare e subentra in suo luogo come guida Beatrice stessa (la teologia) la quale lo fa assistere allo svolgersi di una allegorica processione e quindi lo rapisce con sé di cielo in cielo fino all'Empireo, ove hanno sede i beati, i quali però dapprima appaiono a Dante nelle celesti sfere dei nove cieli percorsi. Nell'Empireo si svelano per un attimo a D. i supremi misteri della fede e mercé l'aiuto di S. Bernardo, ultima sua guida (simbolo della contemplazione mistica), vede Iddio. Si compie cosi viaggio di Dante l'eterno viaggio dell'anima attraverso la contemplazione dei tre Regni fino a Dio. Difficile è dire quando il poeta ebbe la prima ispirazione della Commedia, quando cominciò a comporla (sembra intorno al 1307). Ad essa attese intensamente negli ultimi due lustri dell'esilio (l’inferno e il Purgatorio erano conosciuti fra il 1313 e il '14) e fu divulgata a poco a poco. Gli ultimi canti del Paradiso infatti apparvero dopo la sua morte. La Commedia si compone di 100 canti (34 ne ha l'Inferno, perché il primo serve da introduzione generale; 33 le altre due cantiche Purgatorio e Paradiso). Il metro, derivato dal sirventese, è la terza rima (ABA BCB. . . YZY Z.)